Pugnali dal cielo di Roberto Besutti

 

In Europa lo spirito paracadutista durante il secondo conflitto ma anche nel dopoguerra ha travalicato frontiere e blocchi con un tocco in più, esprimendosi in modo autonomo e caratterizzante, anche nei pugnali e in altri attrezzi taglienti per usi particolari. Ecco una breve panoramica interessante per la presenza di esemplari poco comuni e poco noti.

 

Spagna

Caratteristico il pugnale spagnolo degli anni '60. Il fodero è di cuoio leggero; nella parte alta reca due tagli paralleli verticali, che consentono di appenderlo in cintura. Verso la punta sono stati praticati artigianalmente altri due taglietti paralleli verticali che permettono di fissarlo durante il lancio, magari di fianco al polpaccio. La lama è a due fili molto taglienti, affilata artigianalmente. Ma le caratteristiche che lo distinguono da tutti gli altri si trovano nel manico: il pomo è costituito da un paracadute, in metallo fuso e cromato, suddiviso in quattordici spicchi; assicurato al codoloda una vite femmina a testa tonda; anche gli elsetti terminano a paracadute. L'impugnatura, in sintetico nero, è fregiata, sul lato esterno, da una losanga in metallo cromato che, su fondo nero, racchiude un'aquila coronata con, sul petto, la rossa croce trilobata di Sant'Iago.

 

Ungheria

La daghetta ungherese risale all'inizio della seconda guerra. E' simile a quella da pilota; esistono altre versioni destinate a reparti e servizi differenti. Le parti comuni sono: il fodero con stemma ungherese, corona di Santo Stefano e serto di fronde d'alloro e di quercia; il manico in materiale sintetico nero, costolato verticalmente; la guardia dalla cui crocera -munita di dente di vincolo elastico con pulsante di sblocco- di dipartono gli elsi a riccio; la calotta a testa d'aquila, di fattura molto raffinata; e la lamacon numero di matrica sul forte, riportato anche sulla bocchetta del fodero, e sul battente del manico; il colore è quello dell'acciaio. La parte specifica è la guarnizione sulla guardia: vi è applicatpo solidalmente una specie di brevetto formato da due ali inframmezzate da uno scudetto in cui è racchiusa una L maiuscola che poggia su due parallele orizzontali in rilievo. Lo scudetto sovrasta un paracadute a sette spicchi, sulla cui calotta spicca un minaccioso teschio. Al centro della lama, in una piccola ageminatura dorata, è riportato il paracadute con teschio e scudetto su fondo satinato, incluso a sua volta in una bella decorazione all'acquaforte. Sul forte compare, inciso molto nettamente, il marchio con lo stemma ungherese, segno inequivocabile di una verifica ed approvazione dell'ente di controllo di stato, la ragione sociale del fabbricante con il luogo di provenienza, in questo caso Budapest, il numero di matricola, qui molto basso: 22! Sull'altro lato della lama corre una dedica ad personam in corsivo, "al Signor Istruttore Bonyhàdi Gàspàr, 1941".

Inghilterra

Il tristemente noto Fairbairn Sykes, pugnale da combattimento inizialmente fornito ai Commandos poi a vari altri corpi, di ideazione e fabbricazione inglese. E' privo di tallone, la lama è a doppio filo, brunita, ed il manico in pesante ottone, è zigrinato. Quello fotografato è del secondo tipo, porta sulla guardia la marcatura "B2" ed è fabbricato da officine che lavorano per la Wilkinson, che li assembla e distribuisce. Ne vennero dotate alcune pattuglie della Nembo del Sud, destinate al lancio di guerra del 22 aprile '45, "l'operazione Harding (Aringa)" nella bassa padana. Per "prudenza", dei piloti alleati, "l'aringa" viene scodellata ben lontano dai centri di fuoco tedeschi che avrebbe dovuto colpire.

Germania

I paracadutisti tedeschi, i fallschirmjäger, impiegarono spesso un bel coltello da cobattimento, con lama ad un filo e mezzo non brunita, leggero ma robusto e ben bilanciato, derivato dai coltelli da trincea. E' marcato con un curioso Waffenamnt con aquiletta stilizzata, dalle ali tese verticalmente verso il basso, che racchiudono una cifra il cui significato non ci è noto, il n° 6. A meno che non sia il codice del controllore. La guardia è semplicissima, restremata, con gli spigoli arrotondati. Le guance di legno sono fissate con tre rivetti. La soluzione più originale sta nel modo di indossarlo. In cima al fodero si dipartono due molle a linguetta che vi premono contro e verso il basso, mentre una terza, fissata a contrasto dal basso verso l'alto, insieme consentono di bloccare fodero e pugnale ovunque, in uno stivale, in cintura, sull'apertura della giubba, sia in vista che occultato. Il fodero è verniciato di nero. Di quest'arma ne esiste anche una versione più accurata con le guance di legno fissate con due soli rivetti, ben solcate a macchina. Sul forte della lama, da un lato è impressa un'armatura, logo del fabbricante di Solingen, e sull'altro la sigla R.B. NR.0/0878/0018, riportata anche sul lato esterno del fodero appena sotto la bocchetta. La lama è brunita leggermente, quanto basta ad occultarne bagliori e riflessi. Il fodero, a parte la stampigliatura, è uguale al precedente.

 

Italia

I primi paracadutisti indigeni di un esercito europeo furono i nostri libici: pur disponendo solo dei paracadute Salvator già dotazione del personale di volo, nel 1938 iniziarono l'attività addestrativa presso la Scuola di Castel Benito. L'iniziativa è dovuta al Governatore Generale della Libia, Maresciallo dell'Aria Italo Balbo, nelle sue funzioni di Comandante delle FF. AA. dell'A.S.I. e di Capo assoluto della Regia Aeronautica. I "Fanti dell'Aria" vennero armati col pugnale modello '23, che quindici anni prima era stato il primo in dotazione alla MVSN, ed in versione più curata, ai Moschettieri del Duce. Quello distribuito ai paracadutisti, libici o nazionali che siano, ufficiali compresi, ha il fodero in lamiera verniciata di nero, il manico in ebano con infissi i fascetti repubblicani in ottone, la guardia ornata agli apicida due sfere e le scritte MVSN da un lato ed il numero di matricola dall'altro; la lama a sezione cruciforme derivata dalle baionette del Vetterli TA accorciate. Nel '35 viene distribuito un nuovo coltello da combattimento per i Btg. Camice Nere, noto come "modello da marcia". Il fodero in lamiera porta stampigliato sul lato esterno; il Fascio Littorio sottolineato dalle lettere MVSN. Il passante per la cintura cui appenderlo, è apribile, e di misure: la più grande è per il cinturone degli ufficiali. L'impugnatura è ottima, quasi anatomica. La lama ad un filo e mezzo, è molto robusta. Si tratta, nel complesso, di un'arma moderna ed efficiente, classificabile tra le migliori del periodo. Successivamente ne viene fatta una versione in cui cambia solo l'aspetto del fodero, privato di logo e scritte, liscio. E' dato in dotazione ai soldati del Regio Esercito, i cui vertici non tollerano i simboli del Partito e della Milizia. Tra gli altri, ne vengono armati anche gli ufficiali dei paracadutisti. Il pugnale fotografato, ha la calotta nichelata e la guardia brunita; forse per una precisa scelta estetica della committenza, o più semplicemente per carenze di scorte monocrome al momento dell'assemblaggio. Per inciso, attualmente viene denominato secondo modello, ma sarebbe più appropriato catalogarlo con la data di adozione, il '39. Nel '38 viene prodotto per la truppa un diverso coltello da assaltatore del R. E., probabilmente a costi più bassi del modello '35. Distribuito dal '39 al '43, ne disporranno anche i paracadutisti indivisionati nella Folgore, scientemente "sciupata" in Africa. Lo ebbe anche la Nembo che, troppo pericolosa per stazionare sul territorio metropolitano, nel '43 fu mandata a marcire nelle zone malariche della Sardegna.

 

Miscellanea di attrezzi taglienti per paracadutisti

Spesso si sente dire che servono a tagliare le funi del paracadute in caso di ingarbugliamento. Chi ha praticato il paracadutismo a buon livello, resta perplesso nei confronti di tale afferazione. Va considerato che dalla mancata apertura che, supponiamo, si constati sopra gli ottocenti metri, se si resta in caduta libera rimane un tempo utile inferiore ai 15 secondi, prima di "toccare" il suolo; cui vanno ancora sotratti almeno 4 o 5 secondi per la fase di apertura di una pur rapida emergenza. Se invece si entra in vite veloce, si viene proiettati intorno da forze crescenti e violentissime, che possono causare un deflusso di sangue dalla zona cerebrale fino allo svenimento. Questo per capire quanto sia poco agevole estrarre una lama, individuare le funi "malate" da tagliare, che non debbano essere più di cinque, pena la funzionalità del paracadute e l'immediato superamento di velocità tollerabili. Ma allora a che servono queste lame? Essenzialmente per liberarsi da un ostacolo esterno, ad esempio un paracadutista che inavvertitamente ti investe; infatti per risolvere i problemi occorsi alla propria velatura basta sganciarla ed aprire l'emergenza. Esiste un sistema di separazione situato tra imbragatura e bretelle. Un discorso a parte va fatto per l'impiego militare con uomini affardellati e lanci di massa a bassa quota, dove può accadere di tutto, ma questa non è la sede per tali disamine. Tornando alle lame, vanno citati il polacco W P D 53 anni '50 con "punta" arrotondata per evitare inutili pericoli; il "draghetto" URSS anno '60 a fili dentellati per recidere materiale sintetico; l'uncino USA anni '60 della Schrade Walden a filo interno per tagliare due fini posteriori evidenziate con diverso colore, trasformando l'emergenza da tonda a vela con effetto tunnel che così diventa direzionale; la grossa roncola italiana anni '70 della Tonerini di Scarperia per direttori di lancio, munita di dentellatura trancia nylon. E ancora il moschettone temporizzatore a ghigliottina interna per vincoli di materiale pesante su piattaforma, anch'esso italiano, anni '60; all'uncino a due dita con lametta interna per recidere l'estrattore, proprio o altrui, rimasto impegnato al traino. E da ultima, la oramai sconosciuta ed introvabile chiave di serraggio del contenitore del Salvator D 39.